Stavo visitando una città quando, volgendo lo sguardo verso le classiche scalinate su cui la gente si ferma a chiacchierare od a fumare una sigaretta, notai una donna in lacrime.
Potei dedicarle solo un attimo della mia attenzione, ma rimase impressa in me la sua immagine.
Diverse volte mi era capitato di non contenere le lacrime, che spingevo fuori con veemenza per compensare il difetto della mia voce. La mia città sapeva raccoglierle.
Passeggiando per ore venivo a conoscenza di tutte le panchine ed i marciapiedi, che tanto andavano bene lo stesso; ogni vicolo mi era familiare nella città che consolava.
Non riuscii allora a fare a meno di chiedermi se anche lei avesse voluto nascondere le sue lacrime, o magari donarle a qualcuno.
Mentre facevo queste riflessioni mi invase un senso di colpa, sentì di averla violata. Quegli scalini potevano esser stati la sua unica scelta, il rifugio più vicino.
Per tutto il giorno pensai a quella donna,
alla sua mano affusolata che usò per coprirsi metà del volto,
alla sua età.
Mi sentì fortunata, quando il senso di colpa sfumò, nel ricordarmi di quello scalino a diversi chilometri di distanza che mi ha sempre accolto e che, se lo vorrò, sarà sempre lì.
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