Quand'ero una ragazzina era motivo d'agitazione qualsiasi luogo chiuso.
Le porte delle case di amici di famiglia erano l'inizio di un gioco confuso e veloce, che valeva la vita.
Avevo solo pochi secondi per individuare eventuali vie di fuga.
Ricordo bene cosa passasse nella mia giovane mente, vecchia di solo una cifra ancora:
un balcone al sesto piano, qualunque cosa comportasse, era di gran lunga preferibile ad una porta chiusa.
Ho imparato, lentamente, ad accettare queste costrizioni e con gli anni la mia claustrofobia si è attenuata.
Non riesco ancora ad usare gli ascensori e spesso nei bagni pubblici o nei ristoranti un calore improvviso si impossessa di me.
Ma riesco a controllarmi, a spiegare, al massimo, la mia lieve claustrofobia allo sconosciuto di turno, anche se lieve non è mai stata.
Poi usciamo dal ristorante, o pub che sia, e ci ritroviamo sotto il cielo stellato.
Le mie gote tornano ad assumere il loro colore abituale, lo stesso vale per la temperatura.
Almeno fino a quando non realizzo.
La mia claustrofobia si fa di nuovo presente, questa volta più pesante che mai.
Sento la finitezza che mi schiaccia il petto.
L'infinito che merito esiste solo dentro me, questo realizzo.
Ma la decisione di essere non può venire revocata, una volta seguita a quella d'esser sola.
Così accetto, prolungo la vita-non vita di questo essere-non essere.
Di claustrofobia sono nata, di claustrofobia sono morta.
Gli abbracci sono influenzati dalla tua claustrofobia?
RispondiEliminaHo avuto per un po' anche la fobia del contatto, ma direi che mi è passata.
RispondiEliminaGli abbracci sono accettati da poche persone e richiesti ad ancor meno.
ciao, come stai? e aggiungo che non è una di quelle domande pre-confezionate con fiocchetto annesso..
RispondiEliminaPotrà sembrare strano, ma i giorni peggiori sono quelli in cui non mi chiudo in me stessa, quelli in cui rompo il silenzio.
RispondiElimina[I tuoi commenti sono sempre elegantemente appropriati.]
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