Immersa in filosofici commenti col mio io più narcisistico,
dimenticavo tutti i miei sensi, al di fuori del pensiero.
Finchè persi i miei concettii in spirali di vuoto che non riuscivo a cogliere come "il" tutto.
Fu così che guardai per la prima volta.
Gioivo di nuove fonti di riflessioni,
del riuscire a cogliere un "qualcosa" anche nello sguardo di chi dentro non sembrava aver niente.
Ma non bastava ancora.
La mia gola, aperta adesso e mai prima, scoprì la vitalità delle cose che poteva inghiottire, una volta e per sempre.
Diventai come un tubo sotto un lavandino: pronta a ingoiare tutto, senza colmarmi mai.
Ma il vuoto non mi lasciava ancora.
Allora presi ad ascoltare.
Ciò che ritenevo inutile prese vita con le parole di estranei,
compaciuti dal mio silenzio, all'oscuro della guerra con quelle stesse parole che avveniva nella mia mente.
Continuavo ad ascoltare e a calpestare pezzi di storia altrui,
chiedendomi quale fosse la mia.
Fino a quando mi accorsi di fissare il soffitto.
Eccolo, pieno di sè il vuoto si ripresentò,
reso spavaldo dall'attesa,
affermando se stesso come mai aveva fatto.
Mi amava il vuoto, per questo continuava ad avvolgermi.
E lo amai, lo amai anch'io e imparai a considerarlo vita,
a pensarlo mio, totalmente, vuotamente mio.
Compagno di vita, si avvinghiò alla stessa,
portandomela via.
"Quando si conosce il soffitto meglio di se stessi, questo si chiama morte."
[Come leggere un libro e scoprire che avrebbe potuto parlare di te.]
TI PREGO.
RispondiEliminaDimmi che libro è.
Metafisica dei tubi - Natalie Nothomb. Consigliatissimo.
RispondiEliminaPerò non è un brano della Nothomb questo, solo la frase fra virgolette è tratta dal libro.
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